Viaggiare
Grazie alla corsa ho visto posti diversissimi. Tra le uscite più romantiche ricordo Lhasa, a 3.650 m di quota, mica poco: che fatica! Poi Parigi, vicino a quella torre lì; la costa oceanica del Marocco e la Marrakech medievale; le montagne della Valle d’Aosta; Stone Town a Zanzibar; Bukhara e Astana; le pendici del Kilimangiaro.
Ovunque vada, cerco di lasciare un percorso su Nike Run Club.
Mi piace correre al mattino, quindi mi alzo presto ed esco in ricognizione: all’ora di colazione ho già visto qualcosa.
Ho cominciato a correre anche per viaggiare meglio. Non è il motivo principale, ma è stato uno dei primi ed è rimasto importante.
Devo ammetterlo: viaggiare è una mia passione. Quando scelgo un albergo in una città nuova, guardo dove si trova e quali luoghi posso raggiungere di corsa. Fa parte del programma del viaggio. Anche quando l’albergo non posso sceglierlo, controllo comunque dove potrei arrivare a piedi e che cosa ci sia di interessante, e cerco di andarci.
Un turista normale, che non corre, vede un numero piuttosto limitato di posti. Si muove lentamente, porta con sé un mucchio di cose inutili e visita poche attrazioni. Tra il punto A e il punto B il paesaggio cambia piano e fa in tempo ad annoiarlo.
Per qualsiasi viaggio con pernottamento, forse basta portare scarpe da corsa, documento d’identità e soldi. Il resto si può comprare sul posto.
La resistenza dei nostri antenati
Comincio con un fatto che fa piacere a tutti: l’essere umano è una delle creature più resistenti del pianeta. Siamo più resistenti di un ghepardo, un orso, un bufalo, un falco o un coccodrillo. Sì: tu e io, per il semplice fatto di essere nati, abbiamo un ottimo potenziale di resistenza.
La nicchia biologica dei nostri antenati cacciatori consisteva nella capacità di inseguire a lungo una preda. Soprattutto dopo averla ferita, continuando a seguirla finché non cedeva per lo sfinimento. Tenacia e resistenza erano gli strumenti di alcune delle più antiche e riuscite strategie di caccia.
Dipende dalla maggiore economia dei nostri movimenti rispetto agli animali: ci muoviamo su due arti, non quattro. Ma anche dal nostro sofisticato sistema di raffreddamento, la capacità di sudare. Abbiamo inoltre polmoni relativamente grandi, che ci rendono ottimi corridori sulle lunghe distanze. La natura stessa ci ha preparati alla corsa come attività normale.
Non abbiamo però una resistenza innata, soltanto il potenziale. A differenza degli animali, dobbiamo allenarci per ottenere grandi risultati. Senza allenamento perdiamo questa capacità, ma possiamo recuperarla.
Mi ha colpito molto la parte di «Sapiens. Da animali a dèi» di Yuval Noah Harari dedicata alla preistoria, prima dell’agricoltura e della produzione del cibo. L’autore dichiara il suo amore per quell’epoca, e ha contagiato anche me.
Secondo Harari, per certi aspetti gli esseri umani preistorici erano molto più sviluppati e intelligenti di noi. Tenevano in testa una mappa dettagliatissima di un vasto territorio di caccia, con un’infinità di particolari del paesaggio. Conoscevano e sapevano usare moltissime piante e funghi, conoscevano le abitudini degli animali e sapevano improvvisare. Distinguevano tantissimi suoni e odori: per questo avevano un cervello più grande del nostro e maggiori capacità di pensiero astratto. Erano profondamente integrati nella vita di un territorio enorme e vi si trovavano a proprio agio nelle diverse stagioni. Dai reperti emerge una dieta molto varia, che comprendeva tanti animali e piante. Dopo le lezioni di biologia a scuola, quante piante commestibili sapresti riconoscere in un bosco? Poche. Loro invece sì, e le loro capacità erano molto concrete.
Gli antichi cacciatori vivevano abbastanza a lungo. Se non morivano da bambini o in un incidente di caccia, potevano raggiungere un’età avanzata paragonabile alla vecchiaia di oggi. E avevano un fisico armonioso: erano veloci, flessibili, agili, resistenti e forti. Immagina una società di persone forti e intelligenti. La selezione naturale li aveva fatti così, e noi abbiamo i loro geni.
Abbiamo vissuto in quel modo per centinaia di migliaia di anni: il nostro corpo si è quindi evoluto proprio per quella vita. Tutto ciò che è venuto dopo, l’addomesticamento degli animali, l’agricoltura, la rivoluzione industriale e la società moderna, è successo in fretta. Purtroppo abbiamo perso parte delle capacità naturali. L’olfatto, per esempio, nella vita contemporanea non conta più così tanto. Perché e come sia successo è un altro grande discorso: leggi Harari. Noi torniamo alla corsa.
Mi piace molto quell’ideale immaginario del passato: una persona veloce, flessibile, forte e resistente. Bello, voglio essere così anch’io! Devo ammettere che, quando corro, faccio yoga o sollevo pesi, penso di avvicinarmi un po’ all’attività fisica naturale che ha formato i nostri antenati. Si stancavano spesso, si muovevano molto e quindi mangiavano con appetito. Perfetto, farò così anch’io.
Allenandoti regolarmente allarghi anche moltissimo lo spazio che conosci attorno a casa. Scopri sentieri, passaggi e dettagli del terreno che non avevi mai notato. Sai dove la strada sale impercettibilmente per un lungo tratto, dove si formano le pozzanghere, dove fioriscono cespugli profumati o maturano mele. Nella tua testa prende forma una mappa più precisa di un territorio più grande. Insomma, la corsa ci avvicina alla condizione naturale e armoniosa di una persona che vive pienamente.
Il dislivello in allenamento e in gara
I percorsi più comodi sono quelli pianeggianti. Poche curve, o curve dolci, niente salite e discese. Puoi tenere una velocità regolare e concentrarti soltanto su di te. Percorsi così artificiali li trovi, per esempio, in pista.
Ma se prepari una grande gara, una maratona o una mezza, incontrerai certamente un profilo più interessante e molte sensazioni nuove.
Correre in salita è davvero duro. Il cuore lavora molto di più e i muscoli si affaticano di colpo. Se non lo alleni apposta, la velocità crolla e arriva un filo di panico.
Un mio amico amava allenarsi al Parco del Valentino, lungo il Po. Dislivelli piccoli e dolci. Così, pur avendo un buon chilometraggio, non era pronto per le salite della maratona a cui si era iscritto e il risultato lo deluse parecchio. Quella gara attraversava una città collinare, e su una distanza lunga le salite si sentivano tutte. Più di 370 m di dislivello positivo complessivo: tanti. Chi fa trail riderà, ma per i normali corridori «da pianura» è una prova seria. E anche in altre gare cittadine i dislivelli possono essere importanti.
Ho capito così che non conviene fissarsi su uno o due percorsi poco mossi. Meglio controllare quanto dislivello si accumula negli allenamenti e scegliere spesso itinerari differenti. Ci si allena proprio per sviluppare capacità diverse.
Per conservare la velocità in salita bisogna accorciare il passo e cercare di aumentare la cadenza, muovendo i piedi più in fretta. D’altra parte, la salita c’è per tutti, non soltanto per te. Tutti fanno fatica. Quindi puoi anche superare qualche compagno di corsa che non ha allenato questo tipo di passaggio.
In discesa, invece, puoi accelerare per bene. L’importante è non cadere. Adoro fare passi enormi, per i miei standard, quando scendo. Sento che la gravità lavora per me e posso un po’ «barare». Ogni passo veloce in discesa mi porta più lontano del solito. È il momento di accelerare, allungando la falcata.
Le scarpe
Ah, argomento magnifico, ci vorrebbe un libro intero. Le sneakers sono un fenomeno importante della cultura di massa. La calzatura più comoda che l’umanità cerca di inventare. Molti le usano per esprimersi, con milioni di modelli per tutti i gusti.
Soltanto una parte, le scarpe da corsa, serve però a correre davvero. E anche qui esiste una moda tutta sua. Squadre di ingegneri, designer e chinesiologi progettano nuovi modelli, sperimentano materiali e inseguono la perfezione. I modelli di punta cambiano di anno in anno e alzano sempre l’asticella. Troverai certamente una scarpa pensata per la tua anatomia particolare e il tuo modo di allenarti.
Per i corridori scegliere le scarpe è un vero feticcio, a cui si dedicano con passione totale. Perché la scelta giusta aiuta a evitare infortuni e a migliorare sensibilmente i risultati.
Nei grandi campionati e alle Olimpiadi c’è una competizione non ufficiale: con quali scarpe hanno vinto più spesso squadre e atleti? Una specie di medagliere dei produttori, con leader e nuovi arrivati ambiziosi. È interessante vedere che cosa avevano ai piedi i tuoi atleti e le tue squadre preferite. Un intero universo di scarpe.
Quanto alle marche, ognuno scelga quella che preferisce. Per funzione, invece, io ho finito per dividerle almeno così:
Scarpe per tutti i giorni: quelle che macinano chilometri. Le usi per la maggior parte degli allenamenti e sono quelle che consumi più in fretta. Meglio modelli abbastanza semplici e affidabili, per asfalto o sterrato, stabili su superfici diverse.
Scarpe compatte: per palestra e viaggi. Ne ho un paio il cui pregio principale è la leggerezza: entrano facilmente in valigia o in borsa. Non pretendo molto da loro. Devono soprattutto essere facili da trasportare e disponibili quando servono, anche con poco spazio. Naturalmente sul tapis roulant posso usare le scarpe abituali. Ma averne un paio compatto per viaggi e occasioni particolari è comodo.
Scarpe invernali calde: purtroppo con il gelo serve una calzatura specifica, con uno strato isolante in più, per non congelare a −20 °C, per esempio. Non sarà veloce e probabilmente peserà parecchio, ma permetterà di correre anche con la neve. Serve una suola ben scolpita e affidabile per non scivolare sul ghiaccio. Insomma, non scarpe per la velocità, ma per continuare ad allenarsi.
Scarpe impermeabili: per la pioggia e il trail. Devono avere uno strato idrorepellente e tasselli robusti sulla suola, per correre sui sentieri del bosco e sui terreni difficili.
Le scarpe migliori: per le gare e le prove importanti. Possono costare di più, purché siano leggerissime e offrano la migliore efficienza energetica possibile.
È per questo che i corridori comprano le tanto popolari scarpe con piastra in carbonio, dotate di un inserto elastico. Le loro proprietà speciali durano per un chilometraggio limitato. Ma ci puoi correre le tue distanze più veloci.
Quando ho comprato il primo paio in carbonio, per esempio, il negoziante mi ha avvertito che la durata utile era di 200 km. Le ho provate in un test da 10 km. Da allora le uso soltanto per le gare più importanti e ogni volta faccio un personale.
Insomma, per sentirsi un corridore attrezzato servono circa cinque paia diverse. Da lì in avanti si entra nel campo dei gusti personali e delle priorità.
Le raccomandazioni sulla taglia le conoscono tutti: le scarpe non devono assolutamente stringere. Meglio che quelle da corsa siano un po’ più grandi delle scarpe di tutti i giorni, circa mezzo numero. Se sbagli, farai conoscenza con unghie rovinate e possibili infortuni.
L’attrezzatura, parte 1
A essere sinceri, per correre serve pochissima roba. Un paio di scarpe semplici, una maglietta qualsiasi, pantaloni qualsiasi. Fine. Ma è il minimo vitale. E il massimo vitale? Ho l’impressione che qui non metteremo mai un punto: si possono inventare accessori all’infinito.
Delle scarpe abbiamo già parlato. Ma anche per loro esistono accessori, per esempio le talloniere: piccoli pezzi di gomma morbida da mettere sotto la soletta, per ammortizzare meglio il tallone. Li ho messi nelle mie scarpe principali, con schiuma React morbida, ed erano così comodi che per un po’ me ne sono dimenticato. Dopo aver lavato le scarpe non li ho rimessi, e l’allenamento successivo è stato molto più doloroso. Alle cose buone ci si abitua in fretta. Quindi, oltre alla suola morbida, ci sono questi inserti separati. Esistono anche separatori per le dita dei piedi, per proteggerle dallo sfregamento.
Si può correre con calzini normali, certo, ma esistono quelli specifici. Alcuni sono compressivi, altri hanno piccoli rinforzi per evitare sfregamenti sul dorso del piede. Smaltiscono meglio l’umidità, così i piedi non restano a macerare. Materiali particolari aiutano a prevenire le vesciche. Ci sono calzini con membrana che lasciano uscire l’umidità interna e non fanno entrare quella esterna. Altri sostengono il tendine d’Achille o la caviglia, oppure rinforzano tallone e dita. Insomma, anche i calzini tecnici servono. Quelli corti, quasi fantasmini, sono comodi d’estate o in palestra; ci sono poi gambaletti compressivi fino al ginocchio e calze spesse e calde per l’inverno.
Più su troviamo i gambali compressivi. Un’invenzione magnifica, basata sullo stesso principio delle fasce di sostegno. Avvolgono strettamente il polpaccio e lo sostengono. Tenendo fermi i muscoli, favoriscono l’afflusso di sangue e lo smaltimento più rapido del lattato. Ti stanchi meno, recuperi prima, hai meno gonfiore, meno rischio di varici, spasmi e crampi. Insomma, un miracolo da corsa. Basta non sbagliare taglia. C’è anche un dettaglio curioso: se li compri quando cominci a correre, dopo un po’ potresti trovarli stretti. I polpacci crescono! Puoi portarli sotto i pantaloni o con i pantaloncini.
Una volta avevo un piccolo infortunio alla gamba sinistra e riuscivo a continuare a correre soltanto con il gambale. Ne mettevo quindi uno solo. Alcuni specialisti mi hanno spiegato che non si fa: la compressione deve essere uguale sulle due gambe, altrimenti rischi un altro infortunio. Non ho voluto verificare e ora li porto sempre in coppia.
All’inizio mi vergognavo a mettere i tights, temevo di sembrare strano. Poi mi sono abituato e ora sono il mio capo preferito per correre. Sono pantaloni sportivi aderenti. Molto aderenti: ne esistono persino versioni compressive. In compenso sono aerodinamici, elastici e comodi sia per correre sia per fare stretching. Di solito costituiscono il primo strato, o addirittura l’unico. Ne ho di lunghi, perfetti in primavera e autunno, e di tre quarti, appena sotto il ginocchio, che lasciano liberi i polpacci: ottimi d’estate o in palestra.
Comprimono leggermente la coscia e aiutano a sentire meglio i movimenti. Di solito hanno anche piccole tasche richiudibili, comode per chiavi, tessere e altre cose. Spesso la tasca è dietro, proprio al centro della zona lombare. Rispetto ai vestiti normali sembra strano, ma correndo è comodissimo: lì non intralcia e non sfrega.
Spesso c’è una zip in fondo alla gamba, utile per far circolare l’aria. Oppure puoi chiuderla bene sopra le calze lunghe. Esistono anche tights caldi, con uno strato in pile: comodissimi per correre al freddo.
Il marsupio da corsa è fantastico: ci metti telefono, chiavi e gel. Le borse grandi intralciano, quindi più è piccolo meglio è. I principianti tengono il telefono in mano perché è più facile cambiare musica, controllare i risultati nell’app e mettere in pausa. Ma quell’abitudine rovina il movimento delle braccia e consuma energia in più. Meglio abituarsi a mettere il telefono nel marsupio.
I pantaloncini da corsa sono diversi da quelli da pugilato, da nuoto e così via. Non sono poi così speciali: il segreto sta nelle cuciture sottili, per evitare attriti. Mi piacciono quelli a doppio strato, con una parte interna oltre a quella esterna visibile. Anche la biancheria deve avere cuciture sottili, soprattutto per le uscite lunghe, altrimenti sfrega.
Un trucco: nella taschina dei tights, dei pantaloncini o nel marsupio metto sempre un mio biglietto da visita, nel caso succeda qualcosa. Di solito corro senza documenti in tasca, come immagino facciano tutte le persone normali. Ma se dovessi sentirmi male o avere un incidente, vorrei che chi passa potesse identificarmi e trovare un numero da chiamare. Dopotutto, noi corridori ci somigliamo tutti!
L’attrezzatura, parte 2
Nei negozi sportivi vendono scaldacollo leggeri: piccole sciarpe a tubo. I più famosi sono i Buff. Ce ne sono per tutti i gusti e per ogni occasione: caldi, leggeri, in microfibra, rinfrescanti e via dicendo. Ci sono collezioni con città, montagne famose, fantasie o colori uniti. Vorrei percorrere il Cammino di Santiago, così ne ho comprati un paio con l’itinerario per Santiago de Compostela. Vanno bene in ogni stagione: proteggono il collo dal freddo e il respiro dal gelo, e si possono mettere in testa contro pioggia o sole. Naturalmente viene voglia di portarli anche quando non si corre.
Ci sono occhiali da sole specifici, visiere di ogni genere e giacche da pioggia leggerissime e traspiranti, comode da portare in viaggio. Poi maglie, felpe e felpe con cappuccio pensate per la corsa.
Delle magliette parlerò a parte. Qui mi soffermo sulle maglie a maniche lunghe. Anche queste esistono con inserti compressivi, ma la loro funzione principale è ventilare il corpo che si scalda e allontanare il sudore. Purtroppo non ho trovato una maglia da corsa a maniche lunghe preferita. Mi piacciono di più quelle aderenti per le arti marziali: non sfregano e sono comode per allenarmi in primavera e autunno.
Si dice che chi vive in montagna non soffra il freddo perché sa vestirsi, non perché non lo tema. Verissimo. A volte d’inverno sembra impossibile correre: fa troppo freddo, chi mai farebbe sport all’aperto con un tempo simile? Esistono però piumini appositi per la corsa, senza maniche come gilet oppure a maniche lunghe. Hanno un aspetto così bello e strutturato che viene voglia di uscire solo per sfoggiarli.
Aggiungo che io corro volentieri con un berretto sportivo leggero che copre completamente le orecchie. Aiuta a regolare la temperatura, tiene ferme le cuffie e mi evita di pensare ai capelli. Mi sono abituato tanto che lo porto tutto l’anno, anche col caldo.
Le dita delle mani gelano prima delle altre parti del corpo. Quando il corpo sente freddo, comincia a «spegnere» gli organi uno alla volta, dai meno importanti ai più importanti, risparmiando sull’afflusso di sangue. Considera le estremità, e in particolare le dita, un po’ meno essenziali, e sono le prime a raffreddarsi. Servono quindi i guanti. In primavera e autunno uso quelli senza dita, a volte da CrossFit. D’inverno devo passare a quelli interi.
A seconda del tempo si possono e si devono combinare i capi, creando i cosiddetti strati. Tights e maglia a maniche lunghe possono essere il primo, aderente al corpo. Sopra metti pantaloncini e maglietta: con il secondo strato puoi già correre a temperature più basse. Aggiungi una felpa o un gilet imbottito ed ecco il terzo. La regola principale: uscendo di casa devi sentire un pochino di fresco.
Così, quando ti scaldi durante l’allenamento, starai bene. Se invece esageri con gli strati, suderai e rischierai di raffreddarti.
Per i colori scelgo il massimo della vivacità, anche tinte acide. Non è questione di stile o preferenze personali: al buio, in città o nella natura, automobilisti e ciclisti devono vedermi bene. Arancione, rosa e verde lime elettrici sono un modo per rendere la corsa più sicura.
L’elenco dell’abbigliamento sportivo non finisce qui, ma è già parecchia roba. Così a casa mi sono riservato un ripiano per magliette, tights, calzini tecnici e tutto il resto. Tra l’altro, sono proprio i vestiti di quel ripiano a finire più spesso in lavatrice.
Percorsi insoliti vicino a casa
Fare sempre gli stessi giri non è così interessante. Certo, la pista è comodissima come fondo, non ha dislivello e puoi fermarti e andare a casa in qualsiasi momento. Ma se sei curioso e ami la vita, dopo un po’ annoia.
Col tempo deciderai di cambiare un po’ il tragitto abituale e la distanza. Poco alla volta, attorno a casa comparirà una rete di strade consumate dai tuoi passi. Andrai più lontano, ti affaccerai in posti insoliti, scoprirai cortili, vie, giardini, ponticelli e passaggi. Correre ti farà guardare con occhi nuovi la città che credevi di conoscere.
Ho trovato abbastanza in fretta itinerari che mi permettevano di prevedere, in modo approssimativo ma abbastanza preciso, distanza e durata dell’uscita. E quanti posti insoliti ho scoperto! Colombaie nascoste, un minuscolo complesso di loft vicino a casa, una fila di garage, facciate particolari. Correndo, impariamo a conoscere molto meglio anche i posti che frequentiamo tutti i giorni.
Se abiti vicino a un parco, probabilmente conosci bene soltanto i viali centrali, comodi e affollati. Correndoci, soprattutto se è grande, scoprirai nuovi scorci, sentieri inattesi, ingressi e uscite di cui ignoravi l’esistenza, uccelli e animali che non avevi mai notato.
E naturalmente nuove prospettive, vedute bellissime di edifici e paesaggi già familiari.
Il fatto è che, correndo, nello stesso tempo vedi molte più cose. Raccogli più impressioni che nella vita di tutti i giorni. Vedi più alberi, case, piccioni e scoiattoli, più aiuole e sentieri. Avrai quindi più novità e più scoperte, inevitabilmente.
Più corri, più cose ti restano dentro.
Il parco e le stagioni
Per un periodo abitavo vicino a un parco, ed è lì che ho fatto le prime corse. Il giro iniziava con una lunga discesa dolce, circa un chilometro, passava accanto al palco all’aperto e lungo il bordo della collina, descriveva un’ampia curva oltre un ruscello e continuava su una strada sterrata tra gli alberi, oltre i giochi per bambini. Poi si divideva, diventava un largo viale asfaltato per chi passeggiava con il passeggino e arrivava al cancello dall’altra parte del parco. Lì giravo. Tornavo indietro per un tratto, imboccavo un sentiero stretto lungo il lago, con una decina di saliscendi ripidi, attraversavo il ruscello che alimentava il lago, raggiungevo uno spiazzo per i cani e, passando tra le betulle, tornavo al punto iniziale. Circa 6 km in tutto. Per questo allora la maggior parte delle mie uscite era di più o meno 6 km: un giro.
Dalle finestre vedevo il parco dall’alto e osservavo come cambiava durante l’anno. Ma assistere da terra alla sua trasformazione attraverso le stagioni era ancora più affascinante. Cominciando a correre, mi ci sono immerso molto più spesso. Ed era tutta un’altra sensazione.
Avevo cominciato d’estate, nel momento migliore: il parco era vivo, animato, ombroso e asciutto. Poi le foglie hanno cominciato a ingiallire, le mie distanze si allungavano e avevo più tempo per osservare i cambiamenti lenti della natura. Correre tra le foglie che cadevano, guardando scoiattoli e anatre, era romanticissimo. Uscita dopo uscita il parco diventava trasparente. Finché un giorno non sono riuscito neppure a cominciare: la mia discesa dolce era coperta da un sottile strato di ghiaccio perfettamente liscio, e i piedi scappavano da tutte le parti. Dopo essere scivolato per 20–30 m ho deciso di non sfidare la sorte. Sono andato a comprare scarpe invernali. Così sono arrivate le mie prime Nike Lunarglide Flash impermeabili: sul ghiaccio facevano presa come sull’asfalto, o almeno così mi sembrava allora. Il giorno dopo superavo con piacere i pedoni che scivolavano, quasi senza rallentare.
Poi il parco si è coperto di neve, è arrivato il gelo e i sentieri praticabili si sono ridotti. Non sempre riuscivo a chiudere l’anello e tornare al punto di partenza per la stessa via. Ma il bosco d’inverno è incredibilmente bello e pulito. Scarpe dai colori vivaci sulla neve candida, rami carichi di neve sopra la testa: uno spettacolo. Macinavo chilometri pensando che, senza l’abitudine di correre, non avrei visto niente di tutto questo.
E poi la primavera: giri attorno alle pozzanghere, vedi prima degli altri i primi fiori, le prime foglie, il primo bombo o la prima farfalla. Raccontavo quelle scoperte ai bambini. Ero il loro primo messaggero della primavera.
Diciamo spesso di voler essere più vicini alla natura. Poi viaggiamo in macchina sull’asfalto, troppo veloci per accorgerci delle stagioni, oppure camminiamo soltanto fino alla fermata più vicina, troppo poco per cogliere i dettagli. Correre nei parchi, lungo il fiume, attraverso giardini e cortili lontani da casa regala la sensazione indimenticabile di avere uno sguardo più ampio sul mondo.
Se correrai ogni giorno, ognuno di quei giorni resterà nella memoria e nell’archivio degli allenamenti.
I luoghi da vedere
Più corri, più cose scopri. Uno dei grandi vantaggi è poter vedere le meraviglie del mondo da un lato inatteso.
Gli organizzatori della maggior parte delle maratone cittadine disegnano il percorso per mostrare il meglio della città. Ventuno o 42 km bastano a scoprire l’architettura del centro e dei quartieri più rappresentativi. È bello: un’esperienza turistica rara, vedere tutto insieme così. Le meraviglie di Londra, Berlino, Roma, Barcellona, tutte in una giornata. Indimenticabile!
Oltre alle maratone, però, puoi inventarti un’escursione personale e vivere esperienze davvero rare, senza paragoni. Correndo, mi è capitato spesso di sentirmi dentro un film, con scenografie incredibilmente realistiche tutt’intorno.
Un paio d’anni prima ero volato in Tibet per compiere la kora attorno al Kailash. Il nostro piccolo gruppo doveva arrivare via Guangzhou a Lhasa, la capitale del Tibet, e poi proseguire in autobus verso nord, al Kailash. Ma anche Lhasa era naturalmente affascinante. Una città antica di cui avevo letto tanto e dove sognavo di vedere il Potala, la residenza del Dalai Lama. Proprio il palazzo del film «Sette anni in Tibet», con Brad Pitt.
Lhasa si trova a circa 3.650 m sul livello del mare. Per chi viene dalla pianura, senza abitudine, respirare è difficile. Se sei soggetto al mal di montagna, ti prende appena scendi dalla scaletta dell’aereo. La testa ronza, bastano pochi passi per stancarti subito. Vuoi riprendere fiato. All’inizio ti muovi piano, come sott’acqua, e provi una specie di ebbrezza.
Per fortuna il corpo sa adattarsi piuttosto in fretta all’ambiente. All’inizio l’aria rarefatta fa addensare il sangue. Il cuore fatica a spingerlo fino ai capillari e avverti debolezza. Poco alla volta, però, la composizione biochimica cambia e ti abitui sempre di più alla nuova realtà. A Lhasa, poi, ci sono bambini, anziani e commercianti che conducono una vita normale. Capisci che viverci si può: basta pazientare e andrà meglio.
La prima notte in quota fa male la testa. Dormire è difficile se non sei abituato, i rumori della strada sembrano strani, fai sogni agitati e ti manca il fiato. Eppure essere in un posto così misterioso è emozionante.
La mattina, verso le 6, ho messo le scarpe, controllato la mappa e sono partito per incontrare il Potala. La città dormiva ancora, c’erano poche auto. Correvo lungo una vecchia strada immaginando le carovane di yak che l’avevano attraversata. In quota, nell’aria rarefatta, i colori sono molto più intensi. Il giallo è più giallo che al mare, il blu incredibilmente più blu.
Purtroppo ho dovuto fermarmi molte volte e camminare. Il fiato era cortissimo. Ho incontrato un poliziotto annoiato e i primi lavoratori già di fretta. Ho scoperto che i tibetani amano ascoltare musica con grandi casse, riunirsi in cerchio attorno a esse, sedersi sulle panchine con le casse accanto e registrare, praticamente tutti, messaggi vocali sul telefono.
Non ho dovuto perdermi nel dedalo delle strade: sono arrivato al Potala dal viale principale e l’ho visto nella luce dell’alba. Un palazzo incredibile, naturalmente. Sorprende pensare che, a quella quota e in una natura così avara, sia stato costruito tanto splendore. Ero lì, tra i tibetani che andavano di fretta, felice di trovarmi davanti all’ingresso principale. Realtà da cinema. Incredibile.
Sulla via del ritorno ho visto piccole figure di bambini con la stessa uniforme radunarsi davanti a scuola. I genitori li accompagnavano, li salutavano con un bacio e gli passavano la colazione. Una scena tenerissima.
Una piccola corsa di 5–6 km e sono tornato in albergo prima di colazione. Avevo già visto il Potala in una luce del tutto particolare, tante scene di vita quotidiana, poliziotti e commercianti. Nel frattempo gli altri del gruppo si erano lavati i denti in una normale camera d’albergo. Mi sentivo un esploratore, l’avanguardia della nostra piccola compagnia. Solo corsa? Sì, ma anche un sapore speciale della vita che senti soltanto grazie alla corsa.
Quel giorno abbiamo visitato il Potala con una guida, siamo entrati e saliti sulle mura. Bellissimo. Ma senza averlo visto al mattino, l’impressione sarebbe stata incompleta. E quell’esperienza ce l’avevo soltanto io!