La sfida: 365 giorni di corsa
Un dicembre ho visto su Instagram un post del mio amico Antonio, Toni per gli amici. Tirava le somme dell’anno e scriveva che correre tutti i giorni era una gran bella cosa. Ho pensato: eccolo, un eroe vero. Non un personaggio mitologico da rivista sportiva, ma una persona normale, in carne e ossa: un imprenditore, con una famiglia. Ed era riuscito a correre ogni giorno. No excuses, qui si fa sul serio! Un grande. Voglio farlo anch’io!
E il giorno dopo, il 1° gennaio, ho cominciato la mia sfida: 365 giorni di corsa. Non era una decisione meditata. Piuttosto un impulso. La sera avevo letto il post e il giorno dopo ero uscito a correre. Tanto le scarpe le avevo già.
Quell’anno ho corso tutti i giorni. A dire il vero, non tutte le uscite erano da incorniciare. Un paio di volte mi sono ammalato e partire con la febbre non era proprio piacevole, perciò ho fatto anche corse da 300–600 m. Una pura formalità, certo. Ma senza saltare un giorno.
Una volta ho affrontato un viaggio aereo che durava un giorno intero e ho dovuto correre avanti e indietro lungo l’aeroporto di Amsterdam, dove facevo scalo. Senza scarpe da corsa, con pesanti scarponi da montagna. La velocità era ridicola. Ma non avevo saltato il mio giorno!
A settembre ho corso una maratona e sono rimasto sotto le 4 ore. Le gambe mi facevano un male cane, camminavo a malapena e facevo fatica a salire le scale. Correre il giorno dopo era quasi impensabile. Così per qualche giorno sono tornato alle distanze minuscole. Ma, ed era questo il punto, senza interruzioni.
Devo ammettere che a dicembre ero spremuto come un limone. Non ne potevo più. Avevo realizzato tutte le mie ambizioni podistiche e continuavo a correre quel poco che bastava, a volte solo simbolicamente, pur di portare a termine la sfida.
E sì, ce l’ho fatta. Il 31 dicembre ho registrato un video per raccontare che avevo corso per 365 giorni ed ero distrutto. Il post ha raccolto un sacco di like e io sono andato su Instagram a ringraziare Toni per avermi motivato e ispirato.
Ho ritrovato proprio quel post. E il 31 dicembre, finalmente, l’ho letto fino in fondo…
Ho scoperto che si era DATO UN OBIETTIVO da raggiungere in 365 giorni. Nell’arco di quei 365 giorni doveva percorrere 2.018 km. Non correre tutti i giorni!
All’inizio di gennaio Toni aveva corso il suo «chilometro degli obiettivi», ci aveva ragionato e si era dato un traguardo per l’anno: 2.018 km. E nell’arco dell’anno li aveva fatti, anche se i giorni di corsa erano stati molti meno di 365. C’erano stati raffreddori, feste aziendali, stanchezza e altri imprevisti che, naturalmente, nessuno aveva previsto. Insomma, dei motivi. Ma quei 2.018 km li aveva portati a casa tutti.
È stato divertente. Avresti dovuto vedere la mia faccia!
D’altra parte, sono felicissimo di non aver letto fino in fondo quel post e di aver passato un anno nella beata illusione di stare al passo con il mio amico. Non avevo la tentazione di concedermi eccezioni. Mi sono abituato in fretta a correre ogni giorno. La corsa è diventata un rito naturale della mia vita. Il 1° gennaio successivo ho fatto davvero fatica a non uscire. Mi ci è voluta tutta la forza di volontà per restare a casa. Ti rendi conto? A volte la forza di volontà serve per non correre.
Comunque, quell’esperienza l’avevo fatta. Sapevo di poter correre ogni giorno. Letteralmente.
L’orologio del maratoneta
Due Natali dopo l’inizio della prima sfida, mia moglie mi ha sorpreso con un Garmin Forerunner. Non era il modello di punta: un orologio sportivo abbastanza semplice, ma già piuttosto evoluto, capace di raccogliere una quantità di dati sui meravigliosi processi del mio meraviglioso organismo.
A differenza del mio Apple Watch, non arrivava scarico a fine giornata: la batteria durava 3–4 giorni. Potevo quindi dormirci e analizzare il sonno. Questa cosa mi ha conquistato.
Prima correvo con l’Apple Watch, ma tenere d’occhio la frequenza cardiaca mi risultava difficile. Si può dire che non la controllassi proprio. Un errore. Avrei dovuto farlo.
Ho cominciato a osservare i battiti, quanta energia avevo recuperato durante la notte e il mio livello di stress. In più l’orologio mi dava statistiche di corsa molto precise. Un affascinante viaggio alla scoperta di me stesso.
Quando l’ho indossato ho pensato: con questo, posso ricominciare a correre tutti i giorni.
Nell’anno appena finito avevo corso, certo, ma con meno regolarità. Nell’anno della prima sfida avevo percorso 1.600 km, correndo ogni giorno. In quello successivo mi ero fermato a 577 km in 90 uscite. Appena 90 uscite in un anno! I risultati ne avevano risentito, inevitabilmente. Dai 3 h 56 min del primo anno ero passato a 4 h 12 min in maratona. Avevo faticato, mi ero imposto di andare avanti e, nonostante tutto, ero stato più lento.
E, a dirla tutta, la corsa mi mancava. Perciò rituffarmi nella 365 Challenge era una bella idea. Darsi obiettivi ambiziosi significa darsi una scossa. Così, con il nuovo orologio da corsa, ho deciso di ripetere il mio anno di corsa, ma con più criterio. Dopotutto avevo uno strumento nuovo.
La costanza
La cosa più interessante che ho scoperto nella corsa, e forse anche la più discutibile, è l’abitudine di correre tutti i giorni.
Negli articoli sulla corsa leggo continuamente quanto sia importante fermarsi, lasciare al corpo il tempo di recuperare. E su questo non c’è niente da discutere: il riposo serve, eccome. Ignorarlo può danneggiare la salute. Anche i campioni, anzi soprattutto loro, si concedono giorni di riposo.
D’altra parte, ognuno gioca con le carte che gli ha dato la natura. Io conosco me stesso e il mio carattere. So di essere un po’ pigro e poco organizzato. Se c’è la possibilità di battere la fiacca, troverò senz’altro una buona ragione per farlo. Magari posso spostare l’allenamento a un altro giorno? O riposarmi un po’ di più questa settimana, o la prossima? Confondermi con il programma? Una giustificazione per non rispettarlo la trovo di sicuro.
Da ragazzo ho provato tante volte ad alzarmi presto per fare sport, studiare una lingua o lavorare. Dentro di me dicevo: parola mia, domattina sarò fresco e pieno di energia, sarò la volontà fatta persona e mi prenderò cura di me. Dimagrirò, diventerò agile e forte, uscirò a correre, farò le trazioni alla sbarra, saluterò il giorno al parco… Sì, vabbè.
Poi alle 6 suona la sveglia, il cervello si accende e trova argomenti ragionevoli: in realtà sono andato a letto tardi; dormire 8 ore fa bene; non ho poi così bisogno di allenarmi, sono già in buona forma; posso farlo anche stasera. E comunque è meglio cominciare lunedì. Hai presente, no?
Così il Potere della Ragione ha battuto la mia Forza di Volontà più e più volte. Sì, sono un essere razionale, e detto così suona anche bene. Che ci posso fare?
Però so anche di essere molto testardo. Nella Challenge 365 basta saltare un allenamento per mandare a monte l’intero progetto. E non c’è nessun obbligo di fare 10 km, di correre all’alba o di andare forte. Niente del genere. Puoi correre piano, poco e a qualsiasi ora. Basta farlo con regolarità.
Almeno 10 minuti al giorno si trovano sempre, a meno di non avere una gamba rotta. Un braccio rotto, per inciso, non impedisce di correre: si va solo più piano. E poi avevo già corso tutti i giorni durante la prima sfida, perciò ero sicuro di poterci riuscire di nuovo. Era passato del tempo, le cose brutte erano sbiadite e ricordavo soltanto che mi ero divertito. In più, in una conversazione, potevo sfoderare un bel «io corro tutti i giorni». Che fenomeno!
Così ho risolto il problema della costanza. Corro semplicemente ogni giorno. Non sono tutte giornate di cui andare fiero, ma se mi chiedi «in quali giorni corri?», so rispondere senza esitazioni: corro tutti i giorni. Qualsiasi giorno di quest’anno.
Semplice, come programma, no?
Il programma più semplice che esista. Impossibile dimenticarlo o confondersi.
È. Molto. Semplice.
Molto.
Il primo mese
I corridori esperti lo dicono con assoluta sincerità: correre non è difficile. È forse lo sport più semplice e accessibile che ci sia. Non serve quasi niente: metti le scarpe, qualcosa di sportivo e vai. Un paio di scarpe e due indumenti sportivi li hanno tutti! Non servono attrezzi complicati, come nel bodybuilding, puoi fare a meno di un allenatore, non ti serve un impianto apposito come nell’hockey, né un campo dedicato come nel golf, nel calcio o nella pallavolo. Non ti serve neppure un compagno, come nel tennis. Ed è gratis!
Puoi correre da solo, in qualsiasi parco o per strada. In qualsiasi città, su qualsiasi terreno e a qualsiasi ora. Certo, per ottenere grandi risultati servono attrezzatura, scarpe specifiche e un allenatore. Ma se corri per te, per il piacere di farlo, niente di tutto questo è necessario. I corridori esperti ci credono davvero, non mentono. Collegali a una macchina della verità: molto probabilmente confermerà che sono sinceri.
Suona bene. Ma non è così.
È che loro hanno già cominciato e amano il loro sport. La maggior parte delle persone, invece, odia correre. Perché non ci trova nessun piacere. Sente i muscoli indolenziti, il fiato corto e le vesciche ai piedi. Respirare è una fatica, è fradicia di sudore, puzza, si sente umiliata dalla propria lentezza e scoraggiata dalla totale mancanza di resistenza. E quei corridori esperti, sempre allegri, le danno sui nervi. Dopo qualche episodio di sofferenza e umiliazione, la corsa viene cancellata dalla vita. Fino al tentativo successivo.
Anche questo è perfettamente logico.
Correre è uno sforzo fisico intenso. La prima corsa, probabilmente, è più impegnativa della prima seduta con i manubri. Il corpo non è abituato a quello sforzo e cede: non riesce ad adattarsi così, su due piedi. E arrivano il fiatone, i dolori e il piacere pari a zero.
Io però so che cambierà tutto. Arriveranno il piacere di correre e l’entusiasmo per i risultati. Per il momento serve soltanto costanza. Non occorre fare gli eroi. Basta continuare.
Anche con parecchia esperienza alle spalle, riprendere ad allenarmi con regolarità non è stato facile. In compenso sapevo già che era una fase molto breve e che tutte quelle sensazioni spiacevoli sarebbero passate presto. Proprio tutte.
Ho cominciato con 2–3 km, passando spesso al cammino e tenendo una velocità imbarazzante. I muscoli hanno cominciato a farmi male. Dal primo giorno la vocina interiore mi sussurrava che era un’idea stupida: si può correre bene anche senza farlo tutti i giorni, quindi una piccola pausa ci stava.
Ma ho tenuto duro e scacciato quei pensieri: sapevo fin dall’inizio che sarebbero arrivati e che li avrei gestiti. Un po’ alla volta ho preso il ritmo e ho sentito che potevo correre più lontano e più a lungo.
Un allenatore personale e le alternative
In generale, allenarsi con un professionista dovrebbe essere utile. La mia esperienza, però, è stata negativa. Quando mi sono affidato a degli istruttori, per gli allenamenti di forza o per lo yoga, è finita abbastanza presto con un infortunio e una lunga riabilitazione. Purtroppo, quindi, ho qualche pregiudizio personale nei confronti degli allenatori.
Forse succede perché, quando segui i consigli di un allenatore, gli affidi in qualche modo la responsabilità delle decisioni. Ma gli effetti degli allenamenti li senti tu. Quindi anche la responsabilità deve restare tua. Pensare di scaricarla su qualcun altro, in un caso del genere, è un’illusione. È come imparare a guidare guardando l’istruttore invece di mettersi al volante.
Alcuni miei amici, comunque, si allenano con un preparatore, ed è giusto dirlo. A molti piace proprio quel rapporto: c’è qualcuno che li motiva, risponde alle domande e stabilisce gli obiettivi. Io, invece, quando ascolto le loro raccomandazioni mi trovo troppo spesso in disaccordo. Penso che si debba ascoltare il proprio corpo, analizzare i risultati in prima persona, leggere articoli, blog e libri sull’allenamento, per capire quello che si sta facendo.
I miei amici che hanno un allenatore di solito lo seguono a distanza. Da qualche parte c’è una persona che se ne intende di corsa, riceve un compenso contenuto per le sue consulenze, prepara il programma e controlla che venga svolto. Per esempio attraverso un’app o un account Garmin Connect. Risponde alle domande e, quando non hai nessuno con cui condividere i tuoi problemi o le tue gioie da corridore, è sempre pronto ad ascoltarti e aiutarti. Se gli hai promesso di fare qualcosa, poi ti dispiace deluderlo. E quindi ti dai da fare.
Io però, da introverso da manuale, faccio a meno dell’allenatore.
Di app ormai ce ne sono tante e preferisco allenarmi con quelle, anche se non le ascolto sempre. Mi danno dei punti di riferimento: tanto mi basta. Vale per la corsa, ma anche per lo yoga, gli esercizi in palestra, l’alimentazione, la respirazione e così via. A me basta questo.
Il programma di allenamento
Dunque: non ho un allenatore e nessuno mi preparerà una tabella. Io non ne sono capace, perciò non mi sono messo a scrivere un programma senza senso. E poi quasi certamente non l’avrei seguito. Perché prendermi in giro?
Per questi motivi, nel primo mese del mio anno di corsa mi sono concentrato soltanto sulla regolarità e sulla registrazione degli allenamenti, senza alcuna tabella. Come inizio non era male. Soprattutto perché sapevo di essere nella fase in cui si costruisce una nuova abitudine. Quindi non guardavo i risultati, la velocità, la distanza o le sensazioni fisiche. No: tenevo d’occhio soltanto la costanza.
Si dice che per costruire un’abitudine basti ripetere una cosa nuova 21 volte e poi diventi normale. Sarà così, meglio crederci. Ma se hai deciso di farla ogni giorno, in un modo o nell’altro l’abitudine arriverà.
Oltre a correre ogni giorno, mi pesavo ogni giorno e annotavo i risultati: questo è importante. Intendo proprio tutte le mattine, senza saltarne una. Come per la corsa, non avevo obiettivi precisi né un piano consapevole per dimagrire. Mi limitavo a registrare i dati.
La differenza di peso tra lunedì e martedì è minima. Si potrebbe dire impercettibile. Però questo gesto crea un’abitudine e sposta l’attenzione sul peso. Non facevo nulla per cambiarlo, ma lo tenevo davvero sotto controllo, nel senso che lo annotavo. Il peso è cambiato. Ci sono voluti soltanto un paio di mesi.
Le app
La mia app principale per la corsa è NRC, Nike Run Club. Nike ha una grande comunità di corridori. Nell’app trovavo diversi conoscenti e potevo confrontare i miei risultati con i loro. Dopo averli aggiunti agli amici, vedevo la mia posizione nella classifica settimanale e mensile. Oltre alle persone che conoscevo, non poi così tante, potevo aggiungere corridori di altri paesi. Nella mia lista c’erano tedeschi, americani, giapponesi, messicani e brasiliani. Era bello correre all’alba e vedere di essere il primo. Poi, man mano che il mondo si svegliava, gli amici in Europa, Africa e America mi raggiungevano e mi superavano. Poteva perfino venirmi voglia di fare un’altra uscita la sera per difendere la posizione.
Di solito entravo nei primi dieci della classifica settimanale o mensile; quell’anno, invece, ero spesso primo. La maggior parte di quegli amici non la conoscevo di persona, perciò potevo aggiungerli o eliminarli senza grandi sensi di colpa. Avevo scelto un gruppo in cui non ci fossero distacchi enormi. Se uno corre infinitamente più di te, ti scoraggi e basta. Se corre molto meno, ti senti bravo, ma farti bello a spese di chi è più debole non è un granché e non ti fa migliorare. Conviene scegliere amici che puoi superare in classifica, ma soltanto impegnandoti. Quello è il gruppo ideale.
Nell’app partecipavo a sfide, per esempio percorrere 50 o 100 km entro una certa data, oppure a corse virtuali di beneficenza. Una volta Nike aveva promesso di donare a un’organizzazione una somma proporzionale ai chilometri percorsi in una determinata giornata. Naturalmente ho cercato di correre il più possibile.
Potevo anche creare sfide personali sulla distanza, e c’erano corse audioguidate con personaggi famosi. Insomma, niente male. Nike Run Club offriva forse meno statistiche di altre app, come Strava, Runtastic, Garmin, Under Armour e così via. Ma a me bastava, e mi sentivo parte proprio della comunità Nike.
Mi piacevano anche le corse virtuali, come i 5 km della domenica, Just Do It on Sunday, e gli eventi speciali. Nell’app trovavo consigli sull’allenamento, tabelle, indicazioni sull’alimentazione e altre cose utili per sentirmi sostenuto e motivato.
C’era anche una bacheca, il Feed Nike, dove condividere le foto delle uscite con simpatici adesivi Nike. Un vero diario di corsa.
Dopo ogni uscita comparivano il percorso e la mappa. Il calendario delle corse permetteva di riguardare con nostalgia dove ero stato l’anno prima e quanti chilometri avevo fatto. Potevo registrare anche le corse sul tapis roulant in palestra: se all’inizio l’app sbagliava spesso la distanza, col tempo era migliorata.
In più NRC mi premiava con dei badge: piccoli riconoscimenti a sorpresa per determinati traguardi. Per esempio, un badge speciale per una corsa a Capodanno, il giorno del compleanno, per il Capodanno cinese, il 14 febbraio o la festa messicana del Cinco de Mayo.
Ricevevo badge anche se mi allenavo 3, 5 o 7 volte a settimana, oppure se superavo i 50 o i 100 km. Insomma, NRC continuava a farmi i complimenti, e faceva piacere.
Correndo tutti i giorni, avrei quasi certamente completato tutta la collezione annuale.